Breve corsa nella natura, spazio ai pensieri

Dalna Gualtieri

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corsa nella natura

Disattesi quel che facevo di solito dopo le 9.30 del mattino, e iniziai a correre. Pungendo l’aria coi miei pugni mezzi chiusi, con la mia aria da non so che e non so perché, cominciai a correre. Tremando mi si rivolse contro un insetto, che non vidi per il troppo peso delle parole che mi risuonavano dentro, ma che non riuscivano ad uscire. Naufragai coi pugni mezzi chiusi e col naso congelato, correndo, su un binario mezzo vuoto di animaletti, foglie, sassi e pietre più grandi, che sembravano tracciare la via. Le seguii nella nebbia. D’un tratto, avvicinandomi al quarto d’ora di corsa, seppi per la prima volta, grazie a un cartello bianco e blu, che quel rivolo che scorreva sotto terra, aveva un nome.

La forma congelata del terreno assottigliava anche i miei pensieri, cosicché in quella fredda e austera mattina grigia di dicembre, quello che pensai fu a come terminare al più presto la mia uscita, e la mia corsa, per tornare nel luogo ancor più grigio, che era la mia casa. Lungo la strada parallelamente al rivolo decine e decine di foglie verdi attraversavano il torrente, mai così verde, mai così lucente. Volavano l’una accanto all’altra, sparpagliate dal vento di dicembre, e correvano anche loro accarezzando la brezza con quello scricchiolio sottile, che invece di spezzarle, le attraversava.

corsa nella natura ragazza

Furono giorni dipinti di Sole e di stelle, ammaestrati dal vento che scorreva sotto pelle anche a me.

Quell’istante in cui vedi i tuoi sogni rapiti da un briciolo di disattenzione, da una radura troppo sfumata per essere reale, da una farfalla che vola colorata e non sai più il perché, da una membrana troppo ingombrante per essere schiacciata da un vento di inumana bontà, quell’istante. “Come sono verdi quelle foglie”. Dopo essermi distratta per un attimo a prendere le distanze che avevo percorso, radunai un po’ di quella sconosciuta e misantropa bellezza e ne disegnai dentro di me il volto. Pareva dipinto dentro di me ma per la prima volta non seppi riconoscerlo.

Mi capitava, spesso, di associare delle sensazioni e dei paesaggi a dei volti, che mi venivano in testa e che poi restavano lì, chiusi nei miei cassetti delle cose infinite… Pareva che quei volti volessero dirmi qualcosa, ma io non assecondavo mai le loro inespresse richieste. E così, finivo per accumulare volti, e parole. Non sapendo mai cosa dire e cosa far nascere da quei volti, iniziai a dipingere ma quello che usciva erano degli schizzi informi, canuti uomini e donne senza volti che mi dicevano di… dipingere. E così continuai ma la speranza a volte è senza volto… E così, finii per disegnare e dipingere tele astratte, tele dei miei amici e nemici senza volto.

Tutt’a un tratto invece, guardando quel paesaggio, quella cortina di fumo che si librava nel vento, non seppi riconoscere alcun volto dentro di me, ma continuai a correre.

Specchi di vetri rotti

Hai già letto il mio libro di poesie?

Per chi ama scrivere e correre, consiglio il libro “L’arte di correre” di H. Murakami 🙂

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